Siamo qui a fare il bilancio dei 5 anni più drammatici e più deleteri che l'Italia del dopo-guerra abbai mai dovuto "Sopportare".

mercoledì, luglio 26, 2006

La destra attacca a mezzo "Redazionale" sul Giornale-ino del fratello P2 (Paolo B.)

Ma il suo stipendio arriva puntuale: 16.500 euro mensili

- di Redazione -



Si autosospende dall'attività istituzionale, ma non dallo stipendio. Il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro ha deciso di «scioperare» contro l'indulto voluto dagli altri partiti dell'Unione e da lunedì si occupa solo di quello, tralasciando grandi opere, ponti, autostrade, ferrovie e appalti. Ma mentre arringa i suoi con un megafono davanti a Montecitorio, continua a percepire regolarmente la sua indennità. Come ministro, Di Pietro guadagna ogni mese 5.300 euro lordi che spettano a tutti i membri dell'esecutivo (parlamentari e non) più 11.200 euro lordi (è la cosiddetta indennità integrativa, che spetta solo ai ministri non parlamentari). In tutto, dunque, 16.500 euro, ai quali vanno aggiunti benefit quali auto blu con autista e cellulare di servizio.

Ma guardatevi i vostri mostri, Taormina prendeva 9800 € per lui e 8600 € per l'assistente... Chi era l'assistente?!? Sua moglie naturalmente... E mentre l'avvocato dell'assassina Annamaria Franzoni guadagnava lautamente di suo e scroccava alla grande di nostro, dove diavolo erano "La Redazione" e tutti gli altri giornalisti sporchi come loro? In Parlamento naturalmente a Sbafare.

Sbafoni, vi abbiamo mandato a casa!! ITALIA - P2 - 1-0 la palla passa di Rigore a Sinistra.

E intanto oggi siete stati pattonati, l'On. Di Pietro era correttamente in Aula a Montecitorio a svolgere il suo ruolo di Mistro per le Infrastruttura, e tutti i Destri non c'erano, e IO PAGO.

giovedì, luglio 13, 2006

Eroi senza medaglie. (I nostri soldati uccisi dalle loro pallottole e dalla deficienza dilagante spinta dal vento delle destre fallimentari)

Eroi senza medaglie di Sigfrido Ranucci,
a cura di Maurizio TorrealtaTratto da RaiNews24
www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsID=62654

Una nuova inchiesta di Rai News 24, sui motivi del mancato assegnamento delle medaglie d'oro ai caduti di Nassiriya che in tanti avevano invece annunciato all'indomani della strage. Quegli eroi, la cui morte aveva commosso tutto il Paese, morti per lo Stato Italiano, sono rimasti senza il massimo riconoscimento per un militare. Nell'inchiesta emerge anche che alcuni tra i militari italiani morti nella strage di Nassiriya, del 12 novembre del 2003, sono morti a causa dell'esplosione della riservetta posta davanti alla base "Maestrale". Nei corpi di alcuni dei soldati sono stati trovati proiettili appartenenti ai reparti italiani esplosi in seguito all'attentato terroristico. Secondo le norme di sicurezza il deposito di armi doveva essere posto al riparo da eventuali attacchi.Tutto questo viene denunciato nell' inchiesta di Rai News24, realizzata da Sigfrido Ranucci e a cura di Maurizio Torrealta, in onda giovedì 29 giugno sul canale satellitare e su Rai 3 alle ore 7,40. Nel documento, realizzato dall'inviato Sigfrido Ranucci, viene mostrato un filmato inedito dove si vede la base attaccata e si odono chiaramente i colpi impazziti provenienti dalla riservetta che esplodono per una decina di minuti. Il legale della famiglia di Alessandro Carrisi, il caporale scelto dell'esercito morto a Nassiriya, Francesca Conte ha dichiarato che il suo assistito è morto proprio a causa dell'esplosione della riservetta e che probabilmente anche altri ragazzi potrebbero essere morti per lo stesso motivo. L'ex maresciallo Domenico Leggiero, responsabile del Comparto difesa dell'osservatorio militare ha mostrato a Rai News 24 delle foto inedite scattate immediatamente dopo la strage, e ha detto "che se fossero state rispettate le norme di sicurezza, probabilmente il numero dei morti non sarebbe stato così alto".La procura militare sta indagando da tempo su queste vicende e sta accertando eventuali carenze nella sicurezza della base. Sul tavolo del procuratore Antonino Intelisano ci sono due rapporti: quello del generale dell'Esercito Antonio Quintana, l'altro del generale dei Carabinieri Virgilio Chirieleison. In entrambi è sottolineato il comportamento esemplare dei militari che hanno risposto al fuoco appena avuta la percezione del pericolo. Ma se nel rapporto dei carabinieri la base risulta adeguatamente protetta, in quello dell'esercito emergono rilievi sulla gestione della sicurezza. Nel filmato è documentata, con immagini inedite girate dal giornalista Fabrizio Feo, anche la difesa di una base italiana a Kabul nel 2003. L 'inviato Sigfrido Ranucci nel corso dell'inchiesta ha raccolto la denuncia di alcuni dei familiari delle vittime dell'attentato, indignati per il mancato riconoscimento della medaglia d'oro al valor militare ai propri cari caduti a Nassiriya e soprattutto dal fatto che non stati mai informati dalle precedenti istituzioni sui motivi ufficiali per i quali non è stata assegnato il massimo riconoscimento militare.Dall'inchiesta e dalle interviste all' on. Ignazio La Russa e all' ex ministro Maurizio Gasparri emerge chiaramente che il motivo per cui la medaglia d'oro non è stata assegnata alle vittime di Nassiriya e' perché la missione italiana è inquadrata nell'ambito di un intervento umanitario. " Se è questo il motivo" - ha detto Morris Carrisi, fratello di Alessandro - allora vuol dire che mio fratello l'hanno ucciso due volte, la prima con l'attentato, la seconda per l'ipocrisia della gente”.

Eroi senza medaglie

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Storia Ebraica e Giudaismo: il peso di tre millenni

Storia Ebraica e Giudaismo: il peso di tre millenni
Prefazione di Gore Vidal

Shahak è il più recente, se non l’ultimo, dei grandi profeti"Alla fine degli Anni Cinquanta, quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d'Israele.A differenza di suo padre, il vecchio Joe, e di mio nonno, il senatore Gore, né io né Jack eravamo antisemiti e così commentammo quell'episodio come una delle tante storielle divertenti che circolavano sul conto di Truman e sulla corruzione tranquilla e alla luce del sole della politica americana.Purtroppo, quell'affrettato riconoscimento dello Stato d'Israele ha prodotto quarantacinque anni di confusione e di massacri oltre alla distruzione di quello che i compagni di strada sionisti credevano sarebbe diventato uno stato pluralistico, patria dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei nati in Palestina e degli immigrati europei e americani, compreso chi era convinto che il grande agente immobiliare celeste avesse dato loro, per l'eternità, il possesso delle terre della Giudea e della Samaria. Poiché molti di quegli immigrati, quando erano in Europa, erano stati sinceri socialisti, noi confidavamo che non avrebbero mai permesso che il nuovo stato diventasse una teocrazia e che avrebbero saputo vivere, fianco a fianco, da eguali, con i nativi palestinesi.Disgraziatamente, le cose non andarono così. Non intendo passare ancora una volta in rassegna le guerre e le tensioni che hanno funestato e funestano quella infelice regione. Mi basterà ricordare che quella frettolosa invenzione dello Stato d’Israele ha avvelenato la vita politica e intellettuale degli Stati Uniti, questo improbabile patrono d'Israele. Dico improbabile perché, nella storia degli Stati Uniti, nessun'altra minoranza ha mai estorto tanto denaro ai contribuenti americani per Investirlo nella "propria patria". E’ stato come se noi contribuenti fossimo stati costretti a finanziare il Papa per la riconquista degli Stati della Chiesa semplicemente perché un terzo degli abitanti degli Stati Uniti sono di religione cattolica.Se si fosse tentata una cosa simile, ci sarebbe stata una reazione violentissima e il Congresso si sarebbe subito opposto decisamente. Nel caso degli ebrei, invece, una minoranza che rappresenta meno del due per cento della popolazione ha comprato o intimidito settanta senatori, i due terzi necessari per nullificare un comunque improbabile veto presidenziale, e si è valsa del massiccio appoggio dei media.In un certo senso, ammiro il modo in cui la lobby ebraica è riuscita a far sì che, da allora, miliardi e miliardi di dollari andassero ad Israele "baluardo contro il comunismo". In realtà, la presenza dell'URSS e il peso del comunismo sono stati, in quelle regioni, men che rilevanti e l'unica cosa che noi americani siamo riusciti a fare è stato di attirarci l'ostilità del mondo arabo che prima ci era amico.Ancora più clamorosa è la disinformazione su tutto quanto avviene nel Medio Oriente e se la prima vittima di quelle sfacciate menzogne è il contribuente americano, all'opposto lo sono anche gli ebrei degli Stati Uniti che sono continuamente ricattati da terroristi di professione come Begin o Shamir. Peggio ancora, salvo poche onorevoli eccezioni, gli intellettuali ebrei americani hanno abbandonato il liberalismo per stipulare demenziali alleanze con la destra politico religiosa cristiana, antisemita, e con il complesso militare-industriale del Pentagono. Nel 1985, uno di quegli intellettuali dichiarò apertamente che quando gli ebrei erano arrivati negli Stati Uniti avevano trovato «più congeniali l'opinione pubblica e i politici liberali ma che, ora, è interesse dell'ebraismo allearsi ai fondamentalisti protestanti perché, dopo tutto, 'Vè forse qualche ragione per cui noi ebrei dobbiamo restar fedeli, dogmaticamente e con l'ipocrisia, alle idee che condividevamo ieri?».A questo punto, la sinistra americana si è divisa e quelli di noi che criticano i nostri ex-alleati ebrei per questo loro insensato opportunismo vengono subito bollati con i rituali epiteti di "antisemita" o di "odiatori di se stessi".Per fortuna, la voce della ragione è ancora viva e forte e viene proprio dalla stessa Israele. Da Gerusalemme, Israel Shahak, con le sue continue e sistematiche analisi, smaschera la sciagurata politica israeliana e lo stesso Talmùd, in altre parole l'effetto che ha tutta la tradizione rabbinica sul piccolo Stato d'Israele che i rabbini di estrema destra di oggi vogliono trasformare in una teocrazia riservata ai soli ebrei.Shahak guarda con l'occhio della satira tutte le religioni che pretendono di razionalizzare l'irrazionale e, da studioso, fa risaltare le contraddizioni contenute nei testi. E’ un vero piacere leggere, con la sua guida, quel grande odiatore dei gentili che fu il dottor Maimonide!Inutile dire che le autorità israeliane deplorano l'opera di Shahak ma non possono far nulla contro un docente universitario di chimica in pensione, nato a Varsavia nel 1933 che ha passato alcuni anni della sua infanzia nel campo di concentramento nazista di Belsen. Nel 1945 Shahak andò in Israele; ha prestato servizio nell'esercito israeliano e non è diventato marxista negli anni in cui essere marxisti era di gran moda. Shahak era, ed è, un umanista che detesta l'imperialismo sia che si manifesti come il Dio di Abramo che come la politica di George Bush e, con lo stesso vigore, la stessa ironia e competenza, si oppone al nocciolo totalitario del giudaismo.Israel Shahak è un Thomas Paine più colto che continua a ragionare e, di anno in anno, ci rivela le propsepttive che abbiamo e ci dà gli strumenti per chiarirci la lunga storia che sta alle nostre spalle.Coloro che si preoccupano per lui saranno forse più saggi o, - devo proprio dirlo? - migliori, ma Shahak è il più recente, se non l’ultimo, dei grandi profeti.

Storia ebraica e giudaismo di Israel Shahak

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domenica, luglio 09, 2006

RENATO FARINA CI SCRIVE di Renato Farina - da Libero.

I giudici mi hanno interrogato sette ore. Ho detto tutta la verità. Che è questa: sì, ho aiutato i nostri servizi segreti a difendere l'Italia dai terroristi. E adesso vi spiego perché e come.

Caro Direttore, ti scrivo come si fa a un amico e a un padre. Se ritieni ancora degna la mia firma, magari per oggi e poi più, passa questa lettera ai lettori e ai colleghi di Libero. Dopo di che mandami a casa, se credi. Privatamente in queste ore a te - che eri ignaro dei miei casini - ho detto tutto e anche di più, ma è meglio fermare le cose sulla carta. Quando è cominciata la quarta guerra mondiale, quella scatenata da Osama Bin Laden in nome dell'islam contro l'Occidente crociato ed ebreo, ero animato da propositi eroici. Mi conosci come le tue tasche. La mia ambizione è sempre stata inconsciamente quella di Karol Wojtyla: lui morire nei viaggi, io sul fronte, magari in Iraq o in Qatar. Sono immodesto anche nel paragone. Vanità e protagonismo della mutua, incoscienza, ma credendoci, buttandomi tutto. Sapevi già delle mie avventure in Serbia sul filo del rischio, convinto di riuscire a raccontare meglio le cose se però risolvevo anche i problemi del mondo. Hai sempre cercato di farmi ragionare, di trattenermi. Poi di solito ti arrendi tu: non riesco a concepire altro modo di fare il giornalista. Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto. Hai sempre voluto salvarmi la vita, sono un disgraziato ma mi vuoi bene. Forse però volermi bene oggi vuol dire farmi cambiare mestiere. Pensaci, Vittorio. Anche stavolta, dal 2001 a oggi, anzi ieri (se c'è un domani dipende se mi credi), mi sono comportato alla mia maniera: alè, in battaglia.

Stavolta sono stato esaudito, ma così no, così è troppo pesante. Non mi sono rotto una gamba, non ho avuto bucato il polmone da una scheggia di piombo, ma è stato amputato il mio onore. Su quasi tutti i giornali e sugli schermi sono diventato l'immagine del tradimento dei lettori e della deontologia professionale, proprio lui, quel tizio grasso che fa tanto il moralista e tira fuori il nome di Dio ogni tre righe. Ipocrita di un Farina, anzi di "agente Betulla". Altro che giornalista o polemista. Solo un fantoccio nelle mani degli agenti segreti. Uno che depista indagini.

Sono reduce da sette ore di interrogatorio, ve lo vorrei raccontare, ma è stato segretato. Scriverò quello che posso, a te, Direttore e amico, non ho taciuto nulla. Ho letto nei tuoi occhi qualcosa di bellissimo, che mi dà coraggio e voglia di vivere, come già mia moglie, e scusa se ti metto dopo di lei, anche se mi hai definito il tuo "moglio". Ma so anche che un direttore ha dei doveri, non può permettersi di rovinare il suo vero figlio che è il giornale e di danneggiare la sua ciurma di redattori. Oltretutto Libero è una bandiera. Sporcarla è un insulto anche per i nostri meravigliosi lettori, che non meritano di essere offesi. Allora confesso. Ho dato una mano ai nostri servizi segreti militari, il Sismi.

Ho passato loro delle notizie. Ne ho ricevute. Ho cercato contatti persino con i terroristi, mettendo a disposizione le mie conoscenze ma anche il mio corpaccione per salvare qualche vita, e difendere i nostri fratelli uomini. Ti assicuro, e metto in gioco la salvezza della mia anima: non ho scritto su Libero una sola riga che non coincidesse con i miei convincimenti.

In ogni articolo dove ho difeso la nostra intelligence di Stato (Stato=Italia) e i suoi atti contro il terrorismo, ero ioproprio- io. Bello o brutto, ma me stesso. Ho combattuto con i miei articoli - mai con invettive, ma sempre argomentando - chi da anni non perde una giornata senza provare a demolire la credibilità delle istituzioni. Lo ritengo pericoloso per i figli dei miei lettori. Ho usato tutto, secondo me dentro i confini della legalità, di certo seguendo una scelta morale trepidante ma molto salda. Sono retorico lo so. Mi sto costruendo un monumento, ma tanto mi hanno già buttato giù preventivamente. Se avessero messo in giro la voce che ero una fonte del Kgb, si sarebbe alzato un coro di garantismo. Stare dalla parte dei nostri, giocandosela, merita invece la fucilazione immediata.

C'è stata un'eccezione (oltre alla tua), quella di Giuliano Ferrara. Mi ha dedicato parole di amicizia e stima straordinarie, mi ha capito perfettamente. È giunto a offrirmi un posto di lavoro, che è il massimo. Io gli ho detto, grazie, ma ho già il mio. Se tu, Vittorio, mi tieni. Ma se non mi tieni tu, smetto. C'è anche altro da fare nella vita, anche se mi spiacerebbe non scrivere più sbattendomi qua e là. Perché è chiaro: se nei miei lettori, quelli che mi stimano, e tra coloro che lavorano con me, leggendo la mia firma, ogni volta sorgesse un dubbio sulla mia lealtà, bisogna menare le tolle. I campi hanno bisogno di braccia, ma mi arrangerei meglio in cucina. Giulianone amatissimo mi ha chiesto di non fare la verginella e di rivendicare con orgoglio quanto ho fatto: cioè aver scelto con tutto me stesso a schierarmi dalla parte dell'occidente e di chi opera per tutelarlo.

Confermo. Non muovo un passo indietro rispetto alla mia decisione. Ma io sono io. Non sono del livello di Ferrara o di Graham Greene, che se ne impippano di una deontologia professionale che vieta di essere giornalisti e attenti ai servizi. In guerra non solo si può, ma si deve, se c'è in ballo il bene grande della nostra discendenza e tradizione. D'accordo. Ma alla maniera di Andreotti mi fido della magistratura, e accetto con serenità la decisione dell'Ordine dei giornalisti. Peraltro essere accusati di combutta con il Sismi è un po' diverso dalla comunella con la camorra o con il vendersi ai traditori.

Intanto continuo a confessare: non ho depistato un bel niente, non ho fatto il giornalista per essere una spia ben mimetizzata. Però un errore di certo l'ho fatto. Ho coinvolto in questa mia avventura di cinquantenne, un magnifico cronista come Claudio Antonelli. Il suo lavoro non ha alcuna macchia, ha fatto il suo mestiere e basta. Io ho le spalle larghe e sono vecchio. Ma lui è giovane, non dovevo fargli rischiare così la reputazione, senza che nulla sapesse di Sismi e affini. Gli chiedo scusa. Non sapevo di esporlo a dei colpi alla schiena. Me beccatemi pure, lui no. Allo stesso modo mi scuso con i colleghi redattori se si sentono traditi. La vostra stima è importante, non per lavorare ancora, ma proprio per tirare avanti

In questa guerra mondiale non sono salito sull'elicottero per raccontare dall'alto come i terroristi islamici seminano il terrore tra le popolazioni più o meno cristiane. Ma ho cercato di fare di tutto e di più per difendere questo nostro Paese e la sua civiltà cattolica. E dopo questo autoelogio, forse mi merito ancora di più il licenziamento. Ma voglimi bene lo stesso, con tutti i miei peccati.

Ho avuto un insegnante che si chiama Renato Farina.

di Giorgio Santelli

Renato Farina è stato il mio primo insegnante di giornalismo. Non so se è un merito o un demerito. Ma a Monza, all’inizio degli anni ’80, fu il centro culturale Talamoni a fare una decina di lezioni di giornalismo curate proprio da lui. Ci andai, poco più che quindicenne. Fu lui il primo a raccontarmi la regola delle cinque “w”, punto di partenza per ogni giornalista in erba.

Devo dire la verità. Mi piaceva quell’uomo pacioccone e brianzoleggiante. Successivamente, di lui, non ho condiviso nulla di quel che pensava e pensa. Ma, vuoi o non vuoi, resta sempre chi mi ha avviato alla professione. Di quelle lezioni di giornalismo ricordo quella sui titoli. Farina ci dava i compiti a casa. Noi li facevamo e poi venivano discussi con lui. All’epoca io titolai: “E’ morto il nonno degli italiani”. Era un titolo per una sorta di coccodrillo dedicato a Sandro Pertini allora più vivo che mai. Prima di leggere il titolo che avevo composto e di farlo diventare parte di una lezione sui titoli ad effetto, chiese il silenzio in sala. Creò suspance prima di darci la fasulla notizia della morte di Pertini col mio titolo. E poi continuò la lezione. Per un quindicenne che cominciava a scrivere era un bel successo.

Renato Farina non l’ho incrociato più, fino allo scorso anno quando, a RaiSat Extra, cominciammo una striscia trisettimanale dedicata a lui e a Feltri, Titolo: L’InFarinata, i fatti lievitati con l’opinione di Renato Farina. Pur condividendo ben poco di quel che diceva ho simpatizzato per quella trasmissione così strana e così fuori dalla concezione televisiva dei format di approfondimento e informazione. Insomma, una trasmissione bella perché proprio non condivisibile nella linea editoriale. Dunque, per me, una vera esaltazione del pluralismo. Bella perché le sue opinioni come quelle di Vittorio Feltri erano diverse da altre, comprese le mie e di questo nessuno faceva mistero.

Oggi ho letto, su Libero, la lettera di Renato Farina che difende una nuova figura che purtroppo non trova spazio nella professione: quella del giornalista-spia. Sembra brutta questa definizione: anzi, lo è. Ma questo Farina faceva. Passava notizie al Sismi e il Sismi le passava a lui.

Torno all’inizio degli anni ’80, a quelle lezioni di giornalismo. Farina ci avrebbe mai presentato quella del giornalista-spia come una delle possibilità della professione? Non penso, anzi. Sono convinto che non l’avrebbe mai fatto. E non può bastare oggi la giustificazione che "il mondo è cambiato" o che "stiamo facendo la quarta guerra mondiale contro il terrorismo".

I giornalisti devono fare i giornalisti, le spie le spie, i militari i militari e così via dicendo.

Per questo Renato Farina ha sbagliato. Una fusione tra le due cose è quanto di peggio ci possa essere nella professione. Peggio delle veline fatte passare dai politici, peggio dei notiziari tutti pieni d’amore di Emilio Fede.

Renato Farina, da buon cristiano, chieda perdono. Noi, da buoni cristiani, saremo disposti a concederlo. E gli errori vengono perdonati anche dai laici. Ma deve avere il coraggio di dire che ha sbagliato e che lui non è lo stereotipo del buon professionista. Purtroppo nella sua lettera aperta a Vittorio Feltri lui questo non lo ammette. Pentiti Renato, perché il perdono è possibile, e da paladino della cristianità lo devi sapere, solo se il pentimento è effettivo.

Sismi, un'agenzia di disinformazione del governo.

di Salamandra


Siamo all’emergenza informativa, alla frana etica del rapporto tra libertà di stampa e poteri forti costituiti.


Al termine della stagione più grigia ed oscura della politica italiana, quella dominata dal governo dei tanti conflitti d’interessi del Pinocchio d’Arcore Berlusconi, i nodi istituzionali, finanziari, sociali e politici vengono dunque al pettine. Per cinque lunghi anni abbiamo assistito, in certi casi subito senza poterci difendere validamente, la strategia piduista messa a punto nei lontani anni Settanta/Ottanta da un manipolo di figuri.

Superata nel 1981- ’82 la pulizia giudiziaria e istituzionale, questi ultimi, sono tornati in auge fino ad impadronirsi di tutte le leve del potere, stravolgendo le fondamenta del vivere democratico, portando il paese verso il baratro di una controriforma costituzionale che, per fortuna e avvedutezza del voto popolare, è stata contrastata dal referendum appena svolto.
Ma le macerie di questa nostra giovane e provata democrazia fumano ancora ed iniziano solo adesso a scoperchiarsi i sepolcri imbiancati delle nefandezze del sistema di potere berlusconiano.
Lo scandalo Sismi, fatto di disinformazione, intercettazioni, pedinamenti e controlli illegali degli oppositori politici, a cominciare dai giornalisti “non omogenei”, deve spingere la classe politica, oggi maggioranza nel Parlamento e nel paese, a chiedere le immediate dimissioni dei responsabili dei Servizi segreti e a prevederne la loro riforma. Non solo, ma si deve dare l’opportunità ai mezzi di informazione di continuare con la massima libertà nell’opera di indagine e di denuncia, per arrivare a fare pulizia laddove si sono annidati finora i tentacoli della “piovra piduista”:nei giornali, nelle televisioni, negli apparati dello stato, nella politica attiva, nella finanza e nell’imprenditoria.

Insieme all’emergenza finanziaria dello stato, insomma, il governo Prodi dovrà affrontare anche quest’altra emergenza etica, che si basa sul mefitico conflitto di interessi che si è dipanato da Berlusconi fino a intrecciarsi con molti altri personaggi che gli hanno ruotato attorno come tanti satelliti.

Come Articolo 21 saremo in prima fila per denunciare le malefatte di questo sistema e contemporaneamente ci faremo propugnatori di momenti di analisi e proposte per riportare il mondo della comunicazione ai suoi impegni etici e deontologici.

Abbiamo, quindi, intervistato uno dei “protagonisti involontari” di questo ennesimo scandalo spionistico, Carlo Bonini, insieme al collega di Repubblica Giuseppe D’Avanzo, autore delle tante inchieste giornalistiche che hanno “rotto le uova nel paniere” del Sismi e che hanno contribuito a fare luce sugli scandali degli ultimi cinque anni: da Telekom Serbia, alla bufala delle armi nucleari di Saddam in Niger, al rapimento di Abu Omar.


D. Intanto, come ci si sente ad essere uno spiato e pedinato dai servizi. Un vip, oppure…


R. “Non c’è nulla di cui rallegrarsi o andare fieri! Ma proprio nulla, per tanti motivi: quelli personali li può immaginare chiunque, perché non può far piacere essere pedinati o spiati, ascoltati qualunque cosa uno faccia nella vita o sia il suo mestiere.
Poi, mi fa ancora meno piacere e mi allarma per le ragioni per cui ciò avveniva. Da quello che si riesce ad a capire ora , l’attività di spionaggio era diretta a evidentemente non solo a rendere difficile o impossibile il nostro lavoro, ma nel caso specifico a commettere dei reati , a deviare il corso di un’indagine giudiziaria, rendendo impossibile l’accertamento della verità.
Era un’attività illecita che insieme violava i miei diritti di persona, di individuo e cittadino, aggrediva la funzione il mestiere che faccio, della libera stampa, di poter raccogliere liberamente le informazioni e verificarne le attendibilità e pubblicarle, se ritenute di pubblico interesse, e aggrediva anche la funzione giudiziaria. Tutto questo sarebbe grave se lo facesse un privato, il fatto che venisse fatto da funzionari dello stato illegalmente, senza alcuna autorizzazione, rende la cosa evidentemente ancora più grave.”

D. In cinque anni di governo Berlusconi, secondo voi si è attenuata la legalità degli apparati dello stato? Non ti sembra che alcune personalità, un tempo coinvolte nella P2, ultimamente abbiano potuto utilizzare questi apparati per deviarne il loro compiti?


R. “Non voglio parlare della P2, perché ogni volta che viene nominata questa sigla accade esattamente il contrario di quello che dovrebbe accadere, quando succedono fatti come quelli di cui stiamo discutendo. E cioè affrontare il merito delle questioni.

Non so e non sono in grado i fare una previsione, né mi piace farle su quale fosse il grado di legalità degli apparati alla vigilia dell’insediamento del governo Berlusconi e quale sia il grado di legalità odierno. Dico però una cosa, e la dico perché quello che sostengo è supportato da fatti e non da opinioni. In questo paese, negli ultimi anni, e parlo dell’intelligence politico-militare, quindi parliamo dei fatti in discussione in questi giorni, un importante, fondamentale apparato della sicurezza dello stato, cui per ragioni giuste all’indomani dell’11 settembre 2001 sono state affidate importantissime risorse umane e finanziarie, ha operato nella assoluta assenza di controllo parlamentare.

L’intelligence ha avuto una posizione di centralità segnata da un rapporto esclusivo e privilegiato dall’autorità politica, ovvero il governo, consapevole che questo rapporto privilegiato la poneva al di sopra sicuramente del dibattito pubblico, sicuramente del controllo pubblico a cominciare da quello dei giornali.

L’aggressione che il Sismi ha condotto nei confronti di alcuni giornalisti di Repubblica e di alcuni giornalisti , molti pochi, ahimè, di altre testate, e di cui oggi cominciamo a vedere le prime conferme, era ed è stata sotto gli occhi di tutti. Nessuno , con rare eccezioni, ha osato denunciare questa campagna di aggressione, che segnalava un problema, l’insofferenza da parte di questo apparato di qualsiasi libera attività di controllo sul suo operato, controllo che può essere esercitato ovviamente al di fuori del Parlamento solo dalla stampa.

Il Sismi nell’Italia di Berlusconi era diventato un’Agenzia di disinformazione, che ha alimentato per ragioni politiche un mercato della paura, funzionale all’agenda politica del governo a cui rispondeva in via diretta ed esclusiva.

Pio Pompa, che operava nell’ufficio riservato addetto ai dossier e alla disinformazione in Via Nazionale 230 , ed arrivato oggi all’onore delle cronache, non era che l’ultima ruota di questo ingranaggio, distribuiva veline su indicazione del direttore del Sismi.”

D. Però anche da parte della sinistra, dell’opposizione di allora e della maggioranza odierna, si è preso sotto gamba questo ennesimo scandalo spionistico, come a suo tempo con la P2.

R. “Penso che il tempo, spero non lungo, aiuterà a comprendere le ragioni di questa timidezza.
Oggi l’unica cosa che si può dire è denunciarne gli effetti. La politica nel senso nobile ed ampio del termine, e dunque le scelte fondamentali del paese sono sotto ricatto.”

D. Alla luce di questo quanto è successo a voi e nel Sismi, va riletta anche l’uccisione del di Calipari?

R. “Sono abituato a ragionare sui fatti. La morte di Nicola Calipari non ha nulla a che vedere con il sequestro di Abu Omar e con l’attività di disinformazione e inquinamento organizzata dal Sismi. Per la chiarezza del dibattito, per l’accertamento dei fatti e per il rispetto alla memoria di Nicola Calipari mi auguro che le questioni continuino ad essere tenute ben distinte.”

Quel che mi preme adesso è di occuparmi di quel Farina che massacrò letteralmente Enzo Baldoni appena rapito.

di Pino Scaccia

Ci sono pezzi fastidiosi da scrivere. La storia di Betulla, già. Non entro nel merito perché non sono abituato a dare giudizi sui colleghi: chi deve farlo prenderà sicuramente la decisione giusta. Faccio talmente da tanti anni il cronista che neppure sono una verginella e conosco bene, anche da vicino, i rapporti con i servizi segreti. Diciamo che c’è una bella differenza per un giornalista fra ottenere informazioni e darle (specie se a pagamento), ma è un discorso che magari faremo un’altra volta. Quel che mi preme adesso, e mi procura fastidio appunto, è di occuparmi di quel Farina che massacrò letteralmente Enzo Baldoni appena rapito (sapete com’è, stavamo insieme e capirà l’esimio collega se la prendo come un fatto personale). Con la famiglia in ansia ebbe la spudoratezza di beffeggiarlo ipotizzando anche un autorapimento.

Al di là del buongusto suonano strane oggi le sue parole di allora: "Gli esperti dell'intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull'orlo dell'abisso. Non appaiono intorno all'italiano uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita". Sapete, adesso che sappiamo dei rapporti con gli esperti dell’intelligence atlantica viene quasi da ridere. (Inciso indispensabile: Farina ha ammesso pubblicamente su Libero di aver collaborato con il Sismi, anzi lo rivendica).

Lo stesso signor vicedirettore si rifarà però abbondantemente una settimana dopo descrivendo nei particolari, solo lui, il barbaro assassinio di Enzo. Oh, non da giornalista ma da uomo magari gli sarebbe potuto anche sfuggire un piccolissimo rimorso per quelle parole ingiuste, ma niente, cronista tutto d’un pezzo. Neppure una lacrima. Eppure nella lettera al direttore di stamattina vuol far vedere di possedere un’anima. L’attacco è una perla e suscita molte riflessioni. Testuale: “Quando è cominciata la quarta guerra mondiale, quella scatenata da Osama Bin Laden in nome dell'islam contro l'Occidente crociato ed ebreo, ero animato da propositi eroici. (…) La mia ambizione è sempre stata inconsciamente quella di Karol Wojtyla: lui morire nei viaggi, io sul fronte, magari in Iraq o in Qatar. Sono immodesto anche nel paragone. Vanità e protagonismo della mutua, incoscienza, ma credendoci, buttandomi tutto. Sapevi già delle mie avventure in Serbia sul filo del rischio, convinto di riuscire a raccontare meglio le cose se però risolvevo anche i problemi del mondo. Hai sempre cercato di farmi ragionare, di trattenermi. Poi di solito ti arrendi tu: non riesco a concepire altro modo di fare il giornalista. Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla, e in più scrivendo un articolo sui tagliatori di teste di un camionista bulgaro vicino al luogo del delitto”.

Vogliamo cominciare con l’accostamento al Papa? Oppure dalla confusione sui teatri di guerra? In Iraq si può morire, anzi si muore, tanti reporter sono morti perché ci sono andati. In Qatar no, al massimo si può morire di noia come mi hanno raccontato molti colleghi costretti a passare mesi nel paradiso di Doha.

Ma ecco la perla delle perle: “Mi ricordo la tua sfuriata di quando ero andato vicino all'Iraq senza dirti nulla”. Di quando era andato VICINO all’Iraq. Avete capito, è andato vicino all’Iraq. Ma che atto eroico. Vicino. Gente come noi, e siamo tanti, che DENTRO l’Iraq c’e’ stata per mesi e si è trovata fisicamente tra due fuochi, quello aberrante dei terroristi islamici e quello dell’arroganza americana, che cos’è? Altro che eroi, siamo martiri di questa professione. Pensate, siamo andati là a raccontare quello che succedeva. Non vicino, dentro. A capire non attraverso una telefonata a via a Nazionale, ma con l’ardire di guardare con i propri occhi.

Noi giornalisti professionisti e magari qualche freelance curioso e coraggioso come Enzo che addirittura ci va gratis. Pensate, noi due quel giorno che andiamo a Najaf per vedere da vicino perché un giovane pazzo furioso come al Sadr aveva deciso di fare la guerra a tutto e a tutti. Sentirsi una bomba sotto il sederino, tremare insieme in una stradina cieca per le cannonate. Sul filo del rischio... Finalmente forse ho capito quel pezzaccio di Farina contro Enzo. Invidia, semplicemente invidia. Perché per andare lì, e non prometterlo a parole, ci vogliono le palle. Solo le palle.

Messico e Tv ''private'' - Leccapiedi e Servi -

- Le vergogne non son soltanto Italiane! -

di Pino Finocchiaro


E' il giorno della protesta in Messico. Manifesta nella capitale, Città del Messico, il Prd, il Partito della Rivoluzione Democratica. Il suo leader, Andres Manuel Lopez Obrador non ha accettato il risultato delle urne. Troppo poco lo scarto, 236 mila voti, troppi i dubbi sulla correttezza delle operazioni di voto. Si parla di oltre due milioni di voti non correttamente assegnati. Pesante l’influenza dei due network commerciali nazionali, entrambi favoriti legislativamente dal presidente uscente Vicente Fox, ed direttore generale della Coca Cola in Messico. Persino il subcomandante Marcos – che durante la campagna elettorale aveva osteggiato Obrador – adesso parla apertamente di brogli elettorali per bloccare la vittoria di Obrador.

Il conservatore Felipe Calderon del Pan, partito di Azione nazionale, si è detto favorevole ad un governo di coalizione. Ma la manifestazione di Città del Messico dimostra che i progressisti messicani non si danno per vinti.

Obrador ha chiesto al Tribunale Federale elettorale il riconteggio di almeno 30 mila seggi. "Sono una persona onesta – si è difeso Felipe Calderon che si è autoproclamato presidente del Messico - so che non ci sono dubbi su chi ha vinto. Il PRD sa esattamente come stanno le cose".

Il conteggio si concluderà il 6 settembre: solo allora verrà proclamato formalmente il nuovo presidente della federazione messicana.

Domenica 2 luglio, 71 milioni di messicani erano stati chiamati a scegliere il nuovo presidente, a nominare i nuovi parlamentari e a mutare o confermare la guida di diversi distretti amministrativi.

Ed è stata una guerra giocata ancora una volta sul filo dell’oligopolio televisivo. Due sole grandi emittenti impegnate sino alla nausea a smontare l’immagine del candidato di centrosinistra Andres Manuel Lopez Obrador, Prd, Partido Revolucion democratica, che sfidava il successore indicato dal presidente in carica Fox, Felipe Calderon, Pan, Partido accion nacional. Più defilata era la posizione di Roberto Madrazo, Pri, Partido revolucionario istitucional, rimasto indietro anche nelle urne.

Il più popolare in Messico è Lopez Obrador, detto Amlo. Una popolarità conquistata sul campo come sindaco di Città del Messico. Popolarità conquistata rivolgendosi agli strati più poveri della popolazione, andando quartiere per quartiere, città per città a parlare alla gente comune. Testimoni di questo suo lavoro politico soltanto le tv comunitarie, locali e universitarie che in Messico hanno assunto un ruolo fondamentale sia per quel che riguarda le inchieste che per i prodotti ad alto contenuto culturale. Anche perché non vi è un servizio pubblico radiotelevisivo.

Proprio le tv locali e universitarie sono state penalizzate dall’ultima legge di riforma televisiva in Messico voluta dal partito di Vicente Fox. Tant’è che la legge è stata sopranominata Televisa, dal nome di una delle due emittenti commerciali che se ne avvantaggiano, l’altra è Tele Azteca. Entrambe si sono subito impegnate a riscattare il debito con la maggioranza investendo Lopez Obrador di accuse, come ad esempio di aver violato la legge autorizzando alcune opere di urbanizzazione indispensabili per collegare un ospedale di Santa Fé. Le accuse contro Lopez Obrador sono state trasmesse dalle due tv private nazionali sino alla nausea.

Lopez Obrador ha risposto snobbandole e prendendo a girare un paese dove vivono cento milioni di persone, grande sei volte l’Italia. In compenso Pri e Pan hanno potuto usufruire di spazi elettorali gratuiti sulle grandi reti nazionali. Amlo si è limitato a pochissime indispensabili presenze.

Il rapporto con le tv nazionali non è mai stato buono. Le emittenti hanno accusato Amlo di corruzione, hanno mandato in onda sino allo sfinimento video di collaboratori dell’ex sindaco di Città del Messico che avrebbero chiesto o ricevuto tangenti da un impresario.

Il popolo di Città del Messico non aveva creduto alle accuse. Per difendere il leader del centro sinistra dalle accuse scesero in piazza un milione e mezzo di persone. Le accuse furono ritirate.

Lopez Obrador è comunque legato all’uomo più ricco del Messico, il re dei supermercati Slim, conta sulla collaborazione di molti uomini dell’ex presidente Salinas, Pri, il Partito rivoluzionario istituzionale che aveva governato il Messico per 71 anni. Quindi avrebbe garantito scelte “occidentali”, mantenendo buoni rapporti con gli Usa e con il Fondo monetario internazionale, però, senza servilismi.

Contro Lopez Obrador si era schierato anche il subcomandante Marcos, che ha ottenuto così di poter parlare dell’autonomia del Chiapas in tv. Eppure l’unico candidato che si sia fatto carico del problema dei campesinos è proprio Amlo. Ora Marcos lo difende anche se continua a non ritenerlo un buon candidato.

A vigilare sulle votazioni erano giunti 693 osservatori da 60 paesi. Diverse le denunce per voto di scambio. Gli accertamenti proseguono. Ma per sapere cosa succede in Messico meglio non ascoltare i grandi media. Hanno troppe cambiali da riscattare con il partito di Fox e Calderon.

sabato, luglio 08, 2006

Diritti tv: a giudizio Berlusconi e Confalonieri.

Diritti tv: a giudizio Berlusconi e Confalonieri

Rinviati a giudizio nell'ambito dell'inchiesta sui presunti fondi neri creati da Mediaset con la compravendita di diritti tv. Lo ha deciso il giudice per l'udienza preliminare Fabio Paparella

MILANO - Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri sono stati rinviati a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sui presunti fondi neri creati da Mediaset con la compravendita di diritti tv. Lo ha deciso il giudice per l’udienza preliminare Fabio Paparella.

Oltre a Berlusconi e Confalonieri vi sono altri 11 imputati (tra cui l’avvocato inglese David Mills) per reati che vanno dall’appropriazione indebita, alla frode fiscale, al falso in bilancio, alla ricettazione e al riciclaggio. Il processo, secondo quanto riferiscono fonti giudiziarie, inizierà il 21 novembre.

I fatti riguardano la compravendita di diritti tv e cinematografici per 470 milioni di euro che sarebbe stata effettuata da Fininvest, la holding cui fa capo Mediaset, attraverso due società off-shore nel periodo 1994-1999. L’ipotesi di accusa è che società Usa abbiano venduto i diritti tv alle due società off-shore che li avrebbero poi rivenduti con una forte maggiorazione di prezzo a Mediaset per aggirare il fisco italiano e creare fondi neri.

7/7/2006

giovedì, luglio 06, 2006

L'Onu e l'Iraq: una storia vergognosa

L'Onu e l'Iraq: una storia vergognosa

Hans von Sponeck



Ciò che è successo ci ha messo di fronte a due questioni molto importanti: l'Iraq e la riforma dell'Onu. Lo stesso processo a Saddam Hussein fa parte di questi problemi. Egli deve indubbiamente pagare per i crimini commessi a danno del suo popolo. Ma lo stesso principio dovrebbe essere altrettanto valido per i crimini contro l'umanità commessi da coloro che, disprezzando la sofferenza umana che hanno causato, hanno imposto le sanzioni economiche all'Iraq, hanno condotto una guerra segreta nelle zone del Paese interdette al volo aereo ed hanno maltrattato, mutilato, torturato, ucciso degli iracheni.



E' stato dal 1998 al 2000 coordinatore delle Nazioni Unite in Iraq del programma "petrolio per cibo". Docente di demografia e antropologia, ha lavorato per più di trent'anni per l'Onu. L'articolo è tratto da Horizons et débats , n.33

Quando si parla del ruolo giocato dalle Nazioni Unite prima e dopo l'invasione dell'Iraq da parte degli Usa, della Gran Bretagna e degli altri Paesi della coalizione dei "volonterosi", è importante in primo luogo fare una netta distinzione tra i politici e i funzionari che hanno reso operative queste scelte, cioè tra i membri del Consiglio di sicurezza e il Segretariato dell'Onu.

Questo per chiarire come le principali responsabilità dell'attuale catastrofe umanitaria in Iraq debbano ricadere in primo luogo sui membri del Consiglio. Da parte loro, si è trattato di un vero e proprio tradimento non solo del popolo iracheno ma della stessa Carta delle Nazioni Unite.

LA RICOLONIZZAZIONE DELL'IRAQ

I politici si sono nascosti dietro il paravento del Consiglio di sicurezza per rendere possibile, nel 2003, una guerra illegale. Molti oggi nutrono dei seri dubbi sul fatto che i governanti americani e britannici abbiano provocato con la forza delle armi la caduta del regime iracheno facendo credere al mondo intero che si stava applicando il diritto internazionale per risolvere pacificamente il conflitto e proteggere il popolo di quel Paese. Inoltre, allorché la guerra ha avuto termine, l'opinione pubblica mondiale si è mossa e coloro che l'avevano voluta e non avevano elaborato nessuna strategia per la pace.

Il loro obiettivo è stato principalmente quello di stringere l'Iraq in una morsa e poi giustificare l'occupazione del Paese creando confusione e ricorrendo all'inganno. Numerosi funzionari iracheni sono stati licenziati senza la più piccola prova di colpevolezza, solamente perché appartenevano al partito Baath. Poi sono state promulgate, per decreto, le leggi dell'Autorità provvisoria (Cpa): esse avevano per scopo quello di ricolonizzare economicamente il Paese e di creare una sua dipendenza, così come è accaduto, ad esempio, nel settore agricolo dal quale sono state eliminate le sementi irachene per lasciare il posto agli Ogm importati dagli Usa.

In che modo il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha reagito a tali violazioni del diritto internazionale? Per più di dieci anni, esso ha approvato tutto ciò che facevano due dei sei membri permanenti (Usa e la Gran Bretagna), ogni loro scelta politica finalizzata prima a isolare l'Iraq e quindi a cambiarne il regime interno. I dibattiti che si sono succeduti, poi, hanno mostrato che i vari membri del Consiglio avevano piena coscienza della crisi umanitaria in atto in quel Paese, ma nello stesso tempo mancava loro la volontà di prendere le misure necessarie per porre rimedio a tale drammatica situazione.

LA STRUMENTALIZZAZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA

Tutti i membri del Consiglio sapevano che il legame tra il disarmo dell'Iraq e le sanzioni economiche prese contro quel Paese, significava semplicemente che la popolazione doveva pagare un prezzo elevato per la politica dei suoi governanti in termini di sopravvivenza e di qualità della vita. Bisogna sapere che le restrizioni imposte dal Consiglio di sicurezza deliberando il programma "petrolio per cibo", avrebbero portato un serio pregiudizio alle possibilità di sopravvivenza di moltissimi iracheni. Essi sapevano che il rifiuto del Consiglio di autorizzare il versamento del denaro ricevuto alla Banca centrale irachena che serviva al finanziamento della formazione del personale, delle infrastrutture tecniche e dell'istruzione, avrebbe costretto i governanti iracheni a procurarsi del denaro in modo illegale. Così come sapevano che l'istituzione di due zone interdette al volo aereo all'interno del Paese , non sarebbe servito - come invece sostenevano - a proteggere i gruppi etnici e religiosi dagli interventi repressivi del governo, ma bensì a destabilizzare semplicemente l'Iraq. Infatti i governanti americani e britannici, dopo l'operazione del dicembre '98, utilizzarono lo spazio aereo come luogo di esercitazione per i loro bombardieri e i loro aerei da combattimento. I sei membri del Consiglio di sicurezza quindi sapevano che le popolazioni civili venivano massacrate, ma non discussero mai sulla legalità delle zone interdette al volo, quando ciò avrebbe potuto mettere in causa le azioni unilaterali di due membri che avevano imposto tale scelta senza alcun mandato dell'Onu.

COSCIENZA MORALE E OBBEDIENZA PASSIVA

Il segretariato delle Nazioni Unite si è inchinato davanti agli Usa e alla Gran Bretagna quando avevano deciso di imporre un regime di sanzioni economiche che avrebbe portato a una vera e propria tragedia umanitaria. Così come lo stesso segretariato non dirà mai nulla quando Washington e Londra romperanno con la comunità internazionale per iniziare l'invasione illegale dell'Iraq. Quando poi i principi fondamentali delle Nazioni Unite diventeranno oggetto di un acceso dibattito, Kofi Annan non reagirà per niente. Poco prima, Henri Blix, primo ispettore dell'Onu in Iraq, stava stendendo un rapporto sui progressi ottenuti dall'indagine sulla presenza o meno delle armi di distruzioni di massa irachene, e aveva domandato una dilazione del suo mandato per terminare il suo lavoro. Il segretariato dell'Onu avrebbe potuto cogliere questa occasione per criticare i progetti di guerra americani e britannici, ma preferì astenersi dal farlo, tanto che nel marzo del 2003 ritirò dall'Iraq i suoi ispettori. Le gravi violazioni del diritto internazionale da parte dei membri del Consiglio di sicurezza e il disprezzo ostentato rispetto a una istituzione internazionale che prima di tutto era stata creata per impedire le guerre, rappresentava una sfida per tutti coloro che credevano nell'Onu: quella di mostrare pubblicamente che la cosa più importante era quella di avere una coscienza morale piuttosto che obbedire passivamente.

Dopo l'invasione illegale dell'Iraq, nel Consiglio di sicurezza sarebbe stato utile aprire un serio dibattito sul disprezzo dimostrato dalle forze occupanti delle convenzioni militari create perché gli eserciti rispettassero le convenzioni dell'Aia e di Ginevra.

Ma la gestione del conflitto iracheno da parte del Consiglio entrerà nei libri di storia come un enorme scacco subito dalla comunità internazionale. Gli storici dovrebbero concentrare la propria attenzione sul fatto che in tutto il mondo, la voce del più alto organismo delle Nazioni Unite è stata sostenuta da quella dei popoli. Questa voce non ha infatti mai smesso di denunciare i governi statunitense e britannico per il loro brutale comportamento nei riguardi dell'Iraq, prima, durante e dopo la loro guerra illegale.

PROBLEMI NON RISOLTI

Ciò che è successo ci ha messo di fronte a due questioni molto importanti: l'Iraq e la riforma dell'Onu. Lo stesso processo a Saddam Hussein fa parte di questi problemi. Egli deve indubbiamente pagare per i crimini commessi a danno del suo popolo. Ma lo stesso principio dovrebbe essere altrettanto valido per i crimini contro l'umanità commessi da coloro che, disprezzando la sofferenza umana che hanno causato, hanno imposto le sanzioni economiche all'Iraq, hanno condotto una guerra segreta nelle zone del Paese interdette al volo aereo ed hanno maltrattato, mutilato, torturato, ucciso degli iracheni. Oltre a Saddam, quindi, altre persone dovrebbero comparire sul banco degli imputati.

Detto ciò, è possibile affermare che la situazione di questo Paese rimane un problema non risolto sia per il movimento pacifista internazionale per i cittadini e cittadine coscienti delle loro responsabilità.

Ci sono alcuni problemi che vanno da loro prioritariamente assunti: in primo luogo quello che riguarda le Nazioni Unite. Sono naufragate nel momento in cui sono state incapaci di impedire le sanzioni economiche, una guerra illegale e le distruzioni causate dall'occupazione militare . Ciò vuol dire che il movimento della pace deve fare in modo che si accertino da subito tutte le responsabilità di ciò che è accaduto. Bisogna dire chiaramente che tutto ciò che è stato fatto in nome della libertà, della democrazia e dei diritti dell'uomo non è altro che una caricatura di ciò che sono realmente la libertà, la democrazia e i diritti umani. A medio termine, sempre il movimento della pace dovrà spingere perché si apra a ogni livello un reale dibattito sulla riforma dell'Onu al fine di contribuire a creare una istituzione internazionale immune da ogni abuso di potere. In secondo luogo, questo movimento internazionale non può più solo reagire alle sanzioni economiche ingiustificate o alle guerre illegali. Esso dovrebbe farsi una profonda autocritica domandandosi sul perché la sua azione ha fallito. Oggi siamo minacciati da molteplici pericoli politici e socioeconomici. A medio termine, il movimento dovrà abbandonare ogni discussione sui conflitti scoppiati a causa di ambizioni personali per concentrarsi piuttosto su una reazione maggiormente organizzata in occasioni delle varie crisi internazionali, facendo crescere un impegno comune e una strategia coordinata.

Guerra ai bambini in Palestina

Guerra ai bambini in Palestina
Perché il voto per Hamas è stato un voto per la pace.

John Pilger



La ragione del timore israeliano per Hamas è che Hamas probabilmente non collaborerebbe in modo fidato nel reprimere il proprio popolo per conto d'Israele. In realtà, il voto per Hamas fu un voto per la pace. I Palestinesi erano stanchi dei fallimenti e della corruzione dell'era Arafat. A detta dell'ex presidente americano Jimmy Carter, il cui Carter Center certificò la vittoria elettorale di Hamas, "i sondaggi di opinione mostrano che l'80% dei Palestinesi vogliono un accordo di pace con Israele".



Scriveva Arthur Miller, "Pochi di noi possono facilmente abbandonare l'opinione che debba esserci in senso nella società. Il pensiero che lo stato sia diventato folle e stia punendo tanti innocenti è intollerabile. Perciò l'evidenza deve essere cancellata a casa".

La verità di Miller fece capolino in televisione il 9 Giugno, quando navi da guerra israeliane spararono su famiglie di Gaza intente al picnic, uccidendo sette persone, tra cui tre bambini, appartenenti a tre generazioni. Questo rappresenta una soluzione finale, che vede concordi Stati Uniti ed Israele, al problema dei Palestinesi. Mentre gli Israeliani tirano razzi su case e picnic palestinesi a Gaza e nella West Bank, i due governi li hanno condannati alla fame. Le vittime saranno in maggioranza bambini.

Questo ha ricevuto l'approvazione il giorno 23 di Maggio dalla Camera dei Rappresentanti USA, che ha votato con 361 voti a favore contro 17 di tagliare i finanziamenti alle organizzazioni non governative che mantengono un filo vitale con la Palestina occupata. Israele rifiuta di versare ai Palestinesi denaro per 60 milioni di dollari l'anno proveniente da entrate fiscali. Questa punizione collettiva, identificata come crimine contro l'umanità dalle Convenzioni di Ginevra, evoca lo strangolamento nazista del Ghetto di Varsavia e l'assedio economico americano dell'Iraq negli anni 90. Se i perpetratori sono diventati folli, secondo il suggerimento di Miller, sembra che però capiscano la propria barbarie e facciano mostra del proprio cinismo. "L'idea è di mettere i Palestinesi a dieta", fu il motteggio di Dov Weinglass, consigliere del Primo MInistro israeliano, Ehud Olmert.

Questo è il prezzo che i Palestinesi devono pagare per le loro elezioni democratiche tenute in Gennaio. Alla maggioranza capitò di votare il partito "sbagliato", Hamas, che USA ed Israele, con la loro inimitabile inclinazione verso pagliuzze negli occhi altrui e travi nei propri, descrivono come terrorista. Il terrorismo, comunque, non è la ragione del digiuno imposto ai Palestinesi, il cui Primo Ministro, Ismail Haniyeh, ha riaffermato l'indirizzo di Hamas di riconoscere lo stato ebraico, eccependo solo che Israele riconosca il diritto internazionale e rispetti le frontiere del 67. Israele ha rifiutato, dato che con la costruzione in corso del Muro dell'Apartheid, ha un'intenzione chiara: prendersi ancora più Palestina, circondando interi villaggi ed infine Gerusalemme.

La ragione del timore israeliano per Hamas è che Hamas probabilmente non collaborerebbe in modo fidato nel reprimere il proprio popolo per conto d'Israele. In realtà, il voto per Hamas fu un voto per la pace. I Palestinesi erano stanchi dei fallimenti e della corruzione dell'era Arafat. A detta dell'ex presidente americano Jimmy Carter, il cui Carter Center certificò la vittoria elettorale di Hamas, "i sondaggi di opinione mostrano che l'80% dei Palestinesi vogliono un accordo di pace con Israele".

C'è dell'ironia in tutto ciò ove si consideri che l'ascesa di Hamas fu dovuta in maniera significativa al sostegno segreto che ricevé da Israele, che, con USA e GRan Bretagna, desideravano che gli islamisti minassero alle basi l'arabismo laico e i suoi sogno "moderati" di libertà. Hamas declinò questa logica machiavellica e sotto gli attacchi israeliani mantenne un cessate il fuoco di 18 mesi. L'obiettivo dell'attacco israeliano sulla spiaggia di Gaza era chiaramente il sabotaggio del cassate il fuoco. Si tratta d'una vecchia celebre tattica.

Ora, i terrorismo di stato, nelle fogge d'un assedio medievale va applicato ai più vulnerabili. Per i Palestinesi, una guerra condotta contro i propri bambini non ha niente di nuovo. Uno studio del 2004 del British Medical Journal riferì che, nei precedenti quattro anni, "Due terzi dei 621... bambini uccisi [dagli Israeliani] mentre andavano a scuola, nelle loro case, morirono per colpi di armi da fuoco leggere, diretti in oltre metà dei casi alla testa, al collo, al petto -- il segno del cecchino". Un quarto dell'infanzia palestinese di età inferiore ai cinque anni era acutamente e cronicamente malnutrita. Il muro israeliano "porrà in isolamento 97 ambulatori ed 11 ospedali dal loro bacino di utenza".

Lo studio parlava di "un uomo in un villaggio ora recintato nei pressi di Qalqilya, che si avvicinava al cancello portando a braccia sua figlia seriamente malata ed implorante i soldati di servizio di lasciarlo passare per portarla all'ospedale. I soldati rifiutarono".

Gaza, attualmente chiusa come un campo di prigionia all'aperto e terrorizzata dai boom sonici degli aerei da combattimento israeliani, ha una popolazione di cui circa la metà ha meno di 15 anni. Il Dr Khalid Dahlan, uno psichiatra alla guida di un progetto sulla salute mentale dei bambini, mi ha detto, "La statistica che io trovo intollerabile p che il 99,4% dei bambini che teniamo in osservazione soffre di traumi... 99,2% hanno avuto la casa bombardata; il 97,5% è stato esposto ai lacrimogeni; il 96,6% ha assistito a sparatorie; un terzo ha visto membri della propria famiglia o vicini feriti o uccisi".

Questi bambini soffrono di incubi continui e "notti di terrore" e il dramma di dover fare fronte a queste situazioni. Da un canto, desiderano diventare medici o infermiere così "da poter aiutare gli altri"; dall'altro, questa quadro spesso soccombe sotto l'apocalittica visione di se stessi come la prossima generazione di attentatori suicidi. Invariabilmente questo accade dopo un attacco israeliano. Per alcuni dei ragazzi, i loro eroi hanno smesso di essere gli eroi del pallone, sostituiti da una confusione di "martiri" palestinesi e persino del nemico, dato che "i soldati israeliani sono i più forti ed hanno gli elicotteri da combattimento Apache".

Che questi bambini siano ora puniti ulteriormente può superare l'umana comprensione, ma c'è una logica. Negli anni, i Palestinesi sono riusciti a non cadere nell'abisso di una guerra civile totale, sapendo che questo che gli Israeliani vogliono. Distruggendo il loro governo eletto mentre cercano di costruire un'amministrazione parallela attorno al colluso presidente palestinese, Mahmoud Abbas, può ben produrre ciò che l'accademico di Oxford Karma Nabulsi definisce "una visione hobbesiana di una società senza regole... retta da milizie sbandate, bande, ideologi religiosi di un tribalismo etnico e religioso, e collaborazionisti. Guardate all'Iraq di oggi: ecco quello che [Ariel Sharon] aveva in serbo per noi".

Il conflitto in Palestina è una guerra americana, ingaggiata dalla base militare americana più pesantemente armata, Israele. Nell'occidente, siamo condizionati a non pensare alla guerra israelo-palestinese in questi termini, come del resto siamo condizionati a pensare agli Israeliani come le vittime, e non i brutali e fuori legge occupanti. In questo modo non si intende sottostimare le spietate iniziative dello stato israeliano, ma senza gli F16 e gli Apache e i milioni di dollari sborsati dal contribuente americano, Israele avrebbe fatto la pace con i Palestinesi da un pezzo. Dalla seconda guerra mondiale, gli USA hanno versato ad Israele qualcosa come 140 miliardi di dollari, per la più parte in armamenti. Secondo il Servizio di Ricerca del Congresso, per la stessa voce di bilancio sono stati pagati 28 milioni di dollari "per aiutare in Palestinesi a gestire la presente situazione di conflitto" e fornire "pronto soccorso". A ciò è stato ora posto il veto.

Il parallelo proposto da Karma Nabulsi con l'Iraq è davvero appropriato, perché qui si applica la stessa "politica". La cattura di Abu Musab al-Zarqawi è stato un formidabile evento medianico: ciò la filosofa Hannah Arendt definì "azione come propaganda", con pochi agganci alla realtà. Gli Americani e coloro che agiscono come loro cani da guerra hanno preso il loro demone -- e persino il videogame della sua casa che vola in pezzi. La verità è che Zarqawi è stata in gran arte una loro invenzione. Questa apparente uccisione ha un preciso scopo propagandistico, distrarre noialtri in occidente dal vero obiettivo americano di trasformare l'Iraq, come la Palestina, in una debole società di tribalismo etnico e religioso. Le squadre della morte, costituite ed addestrate da veterani CIA della "controinsurrezione" in America latina, hanno in ciò un ruolo chiave. I Commando della Polizia Speciale, un prodotto CIA guidato da alti funzionari dell'intelligence del partito Ba'ath di Saddam Hussein, sono forse le più brutali. L'uccisione di Zarqawi e i miti riguardo la sua importanza deviano anche l'attenzione dai massacri di routine dei soldati USA, come quello di Haditha. Persino il Primo Ministro fantoccio Nouri al-Maliki lamenta quell'omicida comportamento delle truppe USA come un "fatto quotidiano". Come ho imparato in Vietnam, una forma di uccisione seriale, allora nota come "conta dei cadaveri", è la maniera con cui gli Americani combattono le loro guerre coloniali.

A ciò si dà il nome di "pacificazione". L'asimmetria di un Iraq pacificato ed una Palestina pacificata è chiara. Come in Palestina, la guerra in Iraq è contro i civili, per la massima parte bambini. Secondo l'UNICEF, l'Iraq aveva un tempo i migliori indicatori per il benessere dei bambini. Oggi, un quarto dei bambini tra i sei mesi e i cinque anni soffre di malnutrizione acuta e cronica, peggio che negli anni delle sanzioni. Povertà e malattia non hanno fatto che crescere dal giorno dell'occupazione.

Ad Aprile, nella Bassora occupata dai Britannici, l'agenzia Europea di soccorso Saving Children from War riferiva: "La mortalità dei bambini è salita del 30% rispetto all'era di Saddam Hussein". Sono morti perché gli ospedali non sono dotati di ventilatori e l'acqua corrente, che i Britannici avrebbero dovuto sistemare, è la più inquinata che mai. I bambini restano vittime di cluster bomb USA e Britanniche inesplose. Giocano in aree contaminate dall'uranio impoverito; per contrasto, l'esercito britannico manda lì unità di controllo solo in tute complete anti-radiazioni, indossando maschere e guanti. A differenza dei bambini loro sono i "liberatori", ed i soldati britannici sono sottoposti a ciò che il Ministro della Difesa chiama "Test biologici completi".

Coglieva nel giusto Arthur Miller? "Cancelliamo l'evidenza a casa", o ascoltiamo voci lontane? Nel mio ultimo viaggio in Palestina fui salutato, nel lasciare Gaza, da uno spettacolo di bandiere palestinesi sventolanti dall'interno dei compound. Era dei bambini a farlo. Nessuno gli dice di farlo. Fanno aste di bandiera con bastoni legati insieme, ed no o due si arrampicano sul muro e tengono la bandiera fra loro, in silenzio. Lo fanno credendo che stanno parlando al mondo.

Abu Omar, la verità : gli italiani con la Cia. VERGOGNA !?!?

Abu Omar, la veritàgli italiani con la Cia
di Fabrizio Gattie Peter Gomez

Un maresciallo dei carabinieri prese parte al sequestro dell'imam a Milano. E parla di un commando con molti italiani. Ecco la svolta clamorosa nelle indagini sull'operazione segreta

Un filo segreto porta da Palazzo Chigi al sequestro di Abu Omar, l'imam rapito a Milano e torturato in Egitto. Un segreto nascosto in una telefonata partita dalla segreteria di Gianni Letta, il potente sottosegretario al quale Silvio Berlusconi ha affidato la delega per i servizi di intelligence. Pochi giorni fa, come risulta a "L'espresso", da quel numero interno della presidenza del Consiglio qualcuno chiama l'ambasciata italiana a Belgrado. Ha moltissima fretta.

Vuole parlare immediatamente con l'addetto alla sicurezza dell'ambasciatore: un maresciallo dei carabinieri che fino a un anno e mezzo fa ha lavorato nella sezione antiterrorismo del Ros di Milano. Ed è una coincidenza curiosa. Perché proprio in quelle ore in Procura a Milano il maresciallo sta rivelando una delle storie più compromettenti per il governo Berlusconi e l'intelligence italiana.

La vera storia del rapimento di Abu Omar: il sottufficiale racconta che all'ora X, più o meno le 12 del 17 febbraio 2003, addosso all'imam bloccato in via Guerzoni, a metà strada tra il centro e la periferia milanese, non ci sono soltanto gli agenti della Cia. Al sequestro partecipano anche militari italiani. E lui lo sa bene: perché quel giorno il maresciallo dei carabinieri, nome in codice Ludwig, è con loro.

Cadono così tre anni di versioni ufficiali che, una dopo l'altra, hanno sempre negato la presenza di italiani nel commando che ha rapito Abu Omar.

A cominciare dalle dichiarazioni del ministro Carlo Giovanardi, mandato da Berlusconi l'anno scorso a rispondere al Parlamento: «Non è neppure ipotizzabile», ha detto Giovanardi a nome di tutto il governo, «che sia mai stata in alcun modo autorizzata qualsivoglia operazione di questa specie né, a maggior ragione, il coinvolgimento nella stessa di apparati italiani».

Anche il generale Nicolò Pollari, direttore del Sismi, il servizio segreto militare, ha sempre smentito la collaborazione dell'Italia. Così come il generale ha ripetuto poche settimane fa a Bruxelles davanti alla commissione del Parlamento europeo che indaga sulle operazioni segrete della Cia: «Noi non abbiamo assistito tali comportamenti e nemmeno partecipato né appoggiato questo tipo di attività».

Il maresciallo Ludwig non è il solo italiano coinvolto nell'inchiesta. Altri stanno per essere identificati come complici o testimoni: dovrebbero essere carabinieri, agenti dei servizi segreti oppure, ipotesi più remota, 007 privati ingaggiati per l'operazione. Ma il sottufficiale è al momento l'unico a rischiare già adesso il processo e il carcere per sequestro di persona. Perché il mese scorso il ministro della Giustizia uscente, Roberto Castelli, si è definitivamente rifiutato di presentare agli Usa la domanda di estradizione dei dipendenti della Cia in servizio in Italia: sono i 22 agenti americani del commando che ha rapito Abu Omar per i quali il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, già un anno fa aveva chiesto l'arresto. Il ministro ha anche respinto la richiesta della Procura di Milano di diffondere all'Interpol la nota per le ricerche internazionali.

Grazie a Castelli, gli 007 della Cia potranno così andare ovunque nel mondo senza correre il rischio di essere fermati e consegnati all'Italia. Come pubblici ufficiali, i rapitori rischiano condanne fino a dieci anni. Più le aggravanti per le torture subite dall'imam.

Ma a questo punto i carabinieri e gli altri italiani coinvolti nell'indagine manterranno la consegna del silenzio con la prospettiva di essere gli unici a pagare? Forse è proprio questo il motivo della misteriosa telefonata partita dal numero interno di Palazzo Chigi.

Ludwig deve il suo nome in codice ai capelli biondi e al fisico da tedesco. Dopo il sequestro di Abu Omar ha fatto carriera: è stato selezionato per il posto di addetto alla sicurezza dell'ambasciata a Belgrado, incarico a volte riservato ad agenti del Sismi. Ma è nella sezione antiterrorismo del Ros di Milano che cominciano e finiscono i suoi giorni del Condor: la partecipazione a quella che qualcuno, per il suo soprannome, già chiama "operazione Ludwig". La sezione antiterrorismo è la stessa da anni in prima linea nella caccia ai terroristi di Al Qaeda. E, con la Digos di Milano, è tra le squadre di investigatori più attive nel sud Europa. Tanto che, dopo l'attacco dell'11 settembre, la Cia è spesso negli uffici del Ros, nella grande caserma in via Lamarmora a un isolato dal Palazzo di Giustizia.

L'agente americano in contatto con i carabinieri è Robert Seldon Lady, 52 anni, nato in Honduras e capo della Cia a Milano. È un uomo massiccio, con la barba appena sbiancata dall'età e le mani grandi come badili. Lady, Bob per gli amici, è nell'elenco dei 22 agenti consegnato al ministro Castelli: ha lasciato l'Italia giusto in tempo per evitare l'arresto.

Nelle indagini contro Al Qaeda, tra il 2001 e il 2004 Bob si mette a disposizione degli investigatori italiani e fornisce notizie, riscontri fotografici, microspie supertecnologiche. Si fa anche molti amici sia nel Ros, sia nella Digos, sia tra gli agenti dei regimi nordafricani in azione a Milano. Nel 2002, qualche giorno prima di Natale, li invita tutti a un party. Appuntamento nella cascina ristrutturata che Bob ha comprato tra le colline di Penango, in provincia di Asti. Gli mancano pochi mesi alla pensione e con la moglie ha deciso di rimanere in Italia dopo il congedo.

Sotto il cielo grigio di quel pomeriggio, agenti segreti e investigatori dell'antiterrorismo sfilano nel breve viale che dal cancello porta in casa. Abbracci, strette di mano. Gli auguri e i bicchieri di vino rosso del posto.

Da quanto risulta a "L'espresso", il maresciallo Ludwig è tra gli invitati. Di Bob Lady è un carissimo amico. C'è anche un capitano della stessa sezione del Ros. Un ufficiale che poche settimane fa il Sismi ha scelto tra gli aspiranti 007. Possibile che in tre anni non si sia mai accorto che, con il sequestro di Abu Omar, un suo maresciallo e forse altri suoi dipendenti si erano messi agli ordini di un servizio segreto straniero? Il giorno in cui tutti gli 007 di Milano si ritrovano nella cascina di Penango mancano tre mesi alla guerra in Iraq. I piani di invasione sono pronti. E forse in un cassetto dell'ambasciata americana a Roma è pronta la relazione per ottenere da Washington il via libera all'operazione Ludwig.

Il bersaglio ha un nome lungo: Hassan Moustafà Osama Nasr, nato ad Alessandria d'Egitto il 18 marzo 1963. Nelle moschee di viale Jenner e via Quaranta a Milano lo conoscono come Abu Omar. Il ministero dell'Interno gli ha concesso lo status di rifugiato politico.

E la Digos lo sta pedinando da tempo: l'imam è sospettato di reclutare combattenti e kamikaze da inviare in Iraq per la guerra ormai imminente. Forse quel giorno di dicembre, nella sua casa piemontese, Bob ha già spiegato a Ludwig le intenzioni della Cia. Forse gli ha già raccontato del piano di Abu Omar di far esplodere il pullman con gli allievi della Scuola americana di Milano: un piano di cui però la Digos non ha mai trovato riscontri. Bob e Ludwig si rivedono ancora nell'ufficio del Ros. E poi a cena a casa di Ludwig, ogni volta che Bob deve rimanere a Milano per lavoro. Il 16 febbraio 2003, da quanto risulta a "L'espresso", vanno insieme in via Guerzoni. È una domenica, c'è poco traffico. Forse passano davanti al palazzo in via Conte Verde 18 dove Abu Omar abita con la moglie Nabila Ghali, in un appartamento messo a disposizione dalla moschea di viale Jenner. Alla fine del sopralluogo Bob consegna a Ludwig un cellulare. E gli ripete cosa dovrà fare. Il maresciallo del Ros deve fermare Abu Omar e chiedergli i documenti. Tutto qui. Oppure intervenire con il suo tesserino dei carabinieri nel caso l'operazione fosse ostacolata dall'improvviso controllo di una volante o dei vigili urbani.

Gli agenti della Digos invece non sono più un problema: i pedinamenti di Abu Omar sono stati sospesi da almeno due mesi.La mattina dopo, il 17 febbraio, Ludwig è in ufficio. I suoi colleghi sono impegnati in un servizio a Cremona.

Lui resta a Milano e all'ora stabilita - racconta - va all'appuntamento in moto. Deve aspettare il contatto in piazzale Maciachini. Si ferma un'auto. L'uomo al volante, l'unico a bordo, lo chiama con il nome in codice. È sicuramente italiano. Ludwig sale. Fanno tre isolati, girano in via Guerzoni e vedono subito Abu Omar arrivare a piedi. È l'ora X. Come in un film di spionaggio Bob Lady, regista dell'operazione, non si fa vedere. Il maresciallo scende dall'auto e chiede i documenti. L'imam dice di non avere capito. Lui ripete la domanda in inglese. L'imam consegna il passaporto. All'improvviso, da un furgone parcheggiato lì accanto, esce una squadra di uomini. Forse c'è qualche americano. Ma chi parla impreca in italiano, senza accento straniero.

Prelevano Abu Omar, che grida, chiede aiuto. Il maresciallo Ludwig si sposta per non essere travolto. In meno di 30 secondi il furgone parte verso la periferia. Il maresciallo resta immobile, con il passaporto di Abu Omar in una mano e il cellulare di Bob Lady nell'altra. Butta tutto dentro il finestrino dell'auto che l'ha portato fin lì. L'italiano al volante accelera e se ne va.

Poco dopo squilla il cellulare personale di Ludwig. È un ufficiale dei carabinieri che vuole avere notizie del suo dipendente. Forse è solo una coincidenza. Ma le antenne dei telefonini sui tetti del quartiere registrano: posizione, numeri, durata delle conversazioni. Dall'altra parte della strada una donna egiziana vede gli 007 in azione e racconterà tutto a un'amica. Nel giro di due giorni la comunità araba a Milano sa che Abu Omar è stato rapito. Viene presentata la denuncia alla Digos. L'indagine sembra facile: basterebbe chiedere alla Telecom e alle altre compagnie i dati sul traffico telefonico nella zona all'ora del rapimento. Ma i risultati arrivano soltanto in ottobre. E non servono a nulla perché non riguardano le telefonate del 17 febbraio, ma quelle del 17 marzo. Dopo otto mesi bisogna ricominciare le indagini daccapo. Adesso i nomi di altri italiani in azione con la Cia potrebbero ancora nascondersi dietro i numeri di telefonino. Soprattutto quelli rimasti senza intestatario. Una copertura ottenuta grazie alla complicità di alcune compagnie telefoniche.

Come ha scoperto "L'espresso", centinaia di schede Sim vengono periodicamente consegnate ai servizi segreti senza essere registrate. Numeri fantasma da usare e buttare dopo ogni operazione sporca.

martedì, giugno 20, 2006

Fondazione San Raffaele grazie a una tangente da 500.000 euro

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Secondo i pm l'appalto da 198 milioni per la gestione di 11 Rsa in Puglia è stato aggiudicato alla Fondazione San Raffaele grazie a una tangente da 500.000 euro Sanità, inchiesta per presunte tangenti.

Ordinanze d'arresto per Angelucci e Fitto (FORZA ITALIA)

Sanità, inchiesta per presunte tangenti Ordinanze d'arresto per Angelucci e Fitto. Indagato per corruzione il vescovo di Lecce Cosmo Francesco Ruppi. (Che Belle Persone - Forza Niki Vendola!!)


BARI - E' in corso in Puglia e nel Lazio l'esecuzione di alcune ordinanze nell'ambito di un'inchiesta della procura di Bari su presunte tangenti, dell'ammontare di 500.000 euro, versate per l'appalto da 198 milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite (Rsa) in Puglia. Tra gli arrestati l'imprenditore romano Giampaolo Angelucci, di 35 anni, presidente della 'Fondazione San Raffaele', che si è aggiudicata l'appalto illecitamente, secondo l'accusa, e consigliere della 'Finanziaria Tosinvest spa'. Agli arresti domiciliari inoltre anche l'ex presidente della regione Puglia Raffaele Fitto. Indagato, infine, l'arcivescovo di Lecce, Cosmo Francesco Ruppi. Il prelato è accusato di corruzione.

Per l'affidamento dell'appalto - secondo l'accusa - sarebbe stata versata una tangente da 500 mila euro al movimento politico creato da Fitto per le regionali dell'aprile 2005, 'La Puglia prima di tutto'; dalla consultazione regionale il governatore uscì sconfitto, con circa 14 mila voti di scarto in favore del candidato del centrosinistra Nichi Vendola.

Essendo un parlamentare, Fitto non può essere arrestato fino all'eventuale autorizzazione della Camera dei Deputati. A Montecitorio, militari della Guardia di Finanza hanno perciò depositato stamani - a quel che si è saputo - la richiesta di autorizzazione a procedere all'arresto e il provvedimento cautelare firmati dal gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis.

Angelucci, considerato uno dei principali imprenditori della sanità italiana e amministratore di fatto - secondo l'accusa - di numerose imprese Tosinvest - è accusato di aver corrisposto, in diverse tranches, la presunta tangente di 500 mila euro a esponenti politici della Cdl in Puglia.

Per il reato di corruzione, è stato posto agli arresti domiciliari inoltre l'imprenditore televisivo salentino Paolo Pagliaro, proprietario dell'emittente Telerama. La misura restrittiva è firmata dal gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis su richiesta dai pm inquirenti Roberto Rossi, Lorenzo Nicastro e Renato Nitti.

L'inchiesta - a quanto è dato sapere - si avvale di numerosissime intercettazioni telefoniche e del sequestro di vari documenti. Su disposizione della magistratura barese, la Guardia di Finanza ha effettuato il sequestro cautelare di beni immobili, quote societarie, autoveicoli e conti correnti bancari per un valore stimato in 55 milioni di euro, di proprietà di Angelucci, di Fitto (Fi) e di quattro società del gruppo Tosinvest (della famiglia Angelucci). Il sequestro, essendo una misura cautelare, ha invece effetto anche nei confronti di Fitto, e non è necessaria l'autorizzazione della Camera.

Alcune persone sono state interrogate anche a Roma in qualità di indagate dal sostituto procuratore del Tribunale di Bari, Roberto Rossi. A quanto si è saputo, si tratta di altre persone sottoposte ad indagini i cui nomi non compaiono nei provvedimenti cautelari (personali e reali) notificati questa mattina dalla Guardia di Finanza. Gli indagati si sono tutti avvalsi della facoltà di non rispondere.

Precisazione da Milano. La Fondazione San Raffaele di Milano precisa di non essere in alcun modo coinvolta nella vicenda. L'Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato, con provvedimento n. 14788 del 12 Ottobre 2005, ha già precisato che le aziende del gruppo Angelucci di Roma, debbono "in ogni sede distinguere il proprio nome da quello della Fondazione San Raffaele di Milano", ciò a tutela del diritto dei consumatori di identificare con certezza il proprio interlocutore. La Fondazione San Raffaele di Milano si riserva di agire per il risarcimento dei danni subiti.

(20 giugno 2006)

I VERBALI. Conduttori, giornalisti, dirigenti: "Quella ragazza diamola in pasto"

I VERBALI :
Conduttori, giornalisti, dirigenti:
a Saxa Rubra telefonate e veleni

"Quella ragazza diamola in pasto"
così parlavano delle soubrette


Elisabetta Gregoraci

IL PASTO DI FLAVIO

Il 4 maggio 2005 parlano Salvatore Sottile, portavoce di Gianfranco Fini, e un Lorenzo non identificato

L:
"Si chiama Elisabetta... aspetta che m'ha mandato il curriculum, Elisabetta T. Un bel tipo, ma insomma, molto carina, un metro e settanta, bionda... insomma eh, preparata. Questa qui ha fatto anche Rivombrosa, pensavo fosse un po' la classica... zoccolona e invece non è male.
S: "E che vuole fare?"
L: "Questa intanto vuole fare ospitate, quindi già è una cosa facile (ride). E' andata, vabbè, da Marzullo due o tre volte, e poi mi ha spiegato questa storia perché io, boh, non avevo capito molto bene. No no, che Marzullo la voleva dare un po' in pasto in giro"
S: "(...) un po' in pasto?"
L: "Sì sì, la voleva dà a Flavio in pasto, un po' in giro"
S: "Quindi gliel'ha data già"
L: "No, non gliel'ha data a nessuno, no no"
S: "Sì, come no figuriamoci"
L: "Beh no, almeno, che ne so, non mi sembra, beh se gliel'ha data figurati se non lavorava"
S: "E perché non l'ha fatto lei, scusa?"
L: "Non l'ha fatto in che senso, con Flavio?"
L: "Perché lei ha detto: "Prima vedere cammello, poi" (...)"
S: "Ah. ho capito. Invece quelle altre due che dicevi?"
L: "Quelle altre due le devo chiamare, sono buone solo per un pranzo"

Paola Saluzzi


Massimo Giletti a "Unomattina"


Il 21 aprile del 2005 Paola Saluzzi, conduttrice televisiva, telefona a Salvatore Sottile. Saluzzi è "P", Sottile è "S".

P: "Prezioso Sottile sono Saluzzi!"
S: "Oh...!"
P: "Come una cavallettina, perché ti ho visto ieri... come vedi subito ti penso!"
S: "Guardi signora io l'ho vista ieri e... ho pensato, peccato che non è da sola perché, porca miseria... eh... (risata)"
P: "Lei è un uomo sposato, e ha una donna stupenda, sa... per cui..."
S: "Non ha importanza... perché io se la rivedo lo... lo ripenso di nuovo e io che pensavo.... e io che pensavo, guarda questa però, c'hanno ragione quelli che mi dicevano che è pure bona! Eh! Quello è stato il mio pensiero. Ieri poi, quando ti ho visto, ho detto porca miseria, questa la fermo"
P: "Io rientro il due maggio con Falon Selvaggio, ho bisogno di te, Salvo! Giletti si sta fottendo Unomattina!"
S: "Uno Mattina!"
P: "E questo è un'ingiustizia, si! Perché il frocione prima di andare via sistema... sistema la fidanzata, scusami i toni... Allora, Salvo, sono furibonda perché sono mesi che quelli... Massimo Cinque sta chiedendo di me, in continuazione, perché dai, dai risultati di mercato.. emerge solo il mio nome... E Del Noce vuol chiudere, portando la sua ragazza a condurre Unomattina. Allora Salvo (...) il problema è Giletti, cioè questo si va a conquistare un programma che, Salvo credimi non è il suo. E poi per parlare con te con quella concretezza che con altri non è possibile avere, Salvo!"
S: "Va bene, va bene!"
P: "Perché tu ci... esisti perché sei quello che sei e... altri vivacchiano e... partecipano più o meno alla mensa ma così, in maniera molto privata. Sappi Salvo che per l'estate, siccome io non ho più una lira, ma questo è un problema mio non deve essere tuo, sto chiedendo lavoro a Paolo Ruffini!"
S: "Se tu vuoi io glielo dico, eh! Siccome lo conosco... so che mi chiederà... mi chiederà di mandare di mandarci Fini... di mandare Fini a Ballarò"

CATTANEO E MONSÉ

L'11 marzo 2005, parlano Sottile e Giuseppe San Giovanni

S: "A Maria (Monsè, ndr)?"
G: "Eh, è troppo invadente, troppo seccante, veramente"
S: "Sì. No, è invadente dal punto di vista lavorativo. Dall'altro punto di vista non parla, eh?"
G: "Ah-ah"
S: "Dall'altro punto di vista è siciliana, non parla"
G: "Quello, quello, già è un punto; però io non ho mai approfondito, devo dire con..."
S: "Eh-eh, io non solo ho approfondito, ma so dove va ad approfondire lei" (ride)
G: "E quindi va.. vale la pena?"
S: "No lei è un bel tipo; un bel tipo di porcella è. Porcella doc"
G: "Che io poi non me la tolgo più di torno, hai capito?"
S: "No, no. Tu non te la levi più di torno però bisogna trovare la scansione giusta. Dobbiamo trovare una cosetta dove si può inserire anche lei e in quel caso far valere come dire, l'opzione che tu hai esercitato, così. Dici: "Ah, solo per questo caso si può fare, eh, non si può fare sempre" (...) ti conviene (...) Cattaneo (ride)"
G: "e infatti, e (...) no"
S: (ride) "minchia, stavo a morire dal ridere"
G: "con lui?"
S: "con Cattaneo? no con lei che mi raccontava (ride)"
G: "(...) lui?"
S: "e certo"
G: "ah, ah, ah, vabbé però gli è, gli è convenuto no a lei?" (...)
S: "a lei, si, eh insomma, si, si, gli è convenuto, insomma non è che ha fatto granché"
G: "ah no?"
S: "non è che ha fatto granché"
G: "lui o lei?"
S: "(...) no lei non è che ha fatto granché. C'ha un fidanzato, un fidanzato che è il più fesso dei fessi, che fa l'imprenditore"

PORTA A PORTA

Il 4 maggio 2005 Sottile parla con il giornalista Bruno Vespa.

V: "Pronto?"
S: "Bruno? Salvatore"
V: "ehi"
S:"senti, come è strutturata la trasmissione?"
V: "e niente, dipende da voi"
S: "no, aspetta (...)"
V: "gliela strutturiamo, gliela confezioniamo addosso"
S: "che fai, fai una... una ricostruzione sui documenti che ci sono?"
V: "facciamo, sì"
S: "oppure fate (...)"
V: "no no, allora lo, ti facciamo, il Berlusconi in Parlamento
S: "Berlusconi in Parlamento"
V: "perfetto eh allora"
S: "Sì"
V: "come contraddittore?"
S: "eh, ... non so, tu chi c'hai Fassino chi c'hai?"
V: "non lo so, no, uno che, che proponevamo noi se lui non hai niente in contrario sarebbe Rutelli"
S: "uhm"
V: "non gli va? (...)"
S: "non lo so, no.. . non lo so, aspetta un attimo"
V: "sento però dei cenni di assenso, da parte del tuo principale"
S: no, non senti nessun segno di assenso (....)
V: (ride)
S: siccome sa che tu sei un pessimo giornalista
V: e che, infatti. Allora chi... allora, che facciamo, proviamo con Rutelli?
S: Gianfranco. che dici Rutelli?
V: proviamo
S: proviamo a Fassino?
V: è che Fassino è venuto molto spesso, capisci? E' venuto sempre lui
S: (...) uno vale l'altro mi ha detto.


(19 giugno 2006)